Statue of Liberty

E’ uscito oggi un mio nuovo “articolo” sulla Gazzetta Italiana di Cleveland. Il tema di questo mese era l’immigrazione italiana negli Stati Uniti. E’ un argomento che tocca le mie corde più profonde. Spero vi piaccia. Come sempre ho inserito i due articoli (in inglese e in italiano) direttamente qui perchè non credo che riusciate ad aprire il link del giornale.

Buona lettura! E a presto!!! 🙂

http://www.lagazzettaitaliana.com/heritage/8337-statue-of-liberty

 

Statue of Liberty

When I think about immigration, my mind goes to the whistle of the vessels, the smell of freedom and to the emotion that the Statue of Liberty bestowed on those who saw it for the first time.

I’m too young to know what really happened many years ago, and many of the testimonies of my ancestors, who came to the U.S. before me, have been lost over the years. The only person I know who had some recollection is my grandmother.

My first encounter with these emotions was in 2012, during my honeymoon in the U.S., when I visited Ellis Island and Liberty Island.

As an art historian, I was fortunate enough to visit many museums all around the world, but the emotion I felt in front of the Statue of Liberty was unique and unforgettable. It was as if, in that moment, I wasn’t alone, but with all those who had stood there before me. The statue represents a great symbol, a glorious beginning, a trembling hope.

The rooms and the halls of the building that stands on the Island had imprinted in me indelible sensations, giving form to something that, until that moment, was only in my mind.

A few weeks ago, I asked my 82-year-old grandmother if any of her relatives came to America at the beginning of the 20th century. Among others, she recalls that her paternal uncles had taken one of the many ships of the period. Vaguely, she remembered what her father and her grandfather said to her and had a memory of her uncle who returned to Basilicata after several years in the U.S. She remembered he wrote that he had luck in the U.S. Some relatives had returned to Italy after 80 years, only for a fleeting visit. I searched their names, on Ellis Island’s precious online site (www.libertyellisfoundation.org), and found my grandmother’s uncle departing the Port of Naples in 1910 at just 20-years-old, destination: Chicago. My mind is still tarnished with wonder and nostalgia.

I imagined Basilicata in the early 20th century; from which it was not easy to reach the port of Naples. I tried to imagine the mind of a 20-year-old boy ready to leave his homeland to start a new life.

On the same card, under his name, there were two other names of people from the same village. What did they feel sailing on those huge ships; away from the Italian countryside to the hinterland of America? Were they afraid or did their enthusiasm erase the bitterness of what they left? And, all those entering Ellis Island; certainly, they were frightened and tired but, at the same time, strong and combative.

These questions will forever remain without answer. I believe this is the magic that surrounds these thoughts. Feelings far away, emotions of courageous people who had decided to live a full life venturing into the unknown, yet never forgetting the steps taken in Italy.

 

L’emozione di vedere la Statua della Libertà

Quando penso all’immigrazione la mia mente va al fischio delle navi, al profumo di libertà e di paura dei pontili e all’emozione che la Statua della Libertà regalava a chi la vedeva per la prima volta.

Sono troppo giovane per sapere cosa è accaduto tanti anni fa e tutte le testimonianze dei miei avi, arrivati prima di me negli States, si sono quasi tutte perse negli anni. L’unica a cui è rimasto aggrappato qualche ricordo è mia nonna.

Il mio primo incontro con queste emozioni c’è stato nel 2012, quando in occasione del mio viaggio di nozze negli Stati Uniti, ho visitato Ellis Island e Liberty Island.

Da storica dell’arte ho avuto la fortuna di visitare moltissimi musei, ma l’emozione che ho provato davanti alla Statua della Libertà è stata unica e indimenticabile. E’ stato come se in quel momento non la stessi guardando solo io, ma tutti coloro che l’avevano vista prima di me. Un grande simbolo, un glorioso inizio, una trepidante speranza.

Le stanze e le sale dell’edificio che svetta sull’isola hanno impresso in me indelebili sensazioni e hanno dato forma a quelli che fino a quel momento erano stati solo pensieri immaginari.

Qualche settimana fa, dopo i primi mesi di trambusto statunitensi, ho chiesto a mia nonna, che ha 82 anni, se alcuni suoi parenti, agli inizi del Novecento, erano venuti in America. Tra gli altri, lei ricorda che i suoi zii paterni avevano preso una delle tante navi dell’epoca. Ricorda vagamente quello che le dicevano suo padre e suo nonno e ha memoria di un suo zio che poi era ritornato dopo tanti anni in Basilicata. Ricorda che scriveva poco, che aveva avuto fortuna e che poi era tornato nel piccolo paesino che l’aveva visto andare via tanti anni prima. Alcuni parenti erano tornati in Italia dopo 80 anni solo per una visita fugace e di altri non si è saputo più nulla.

Ho ricercato, sul preziosissimo sito online di Ellis Island (http://www.libertyellisfoundation.org), i loro nomi tra le liste dei passeggeri. Dello zio di mia nonna, che era ritornato, ho visto apparire: 1910, Porto di Napoli, 20 anni, direzione Chicago. La mia mente si è offuscata di meraviglia e di nostalgia.
Ho visto la copia di quei fogli, compilati a mano… Data di imbarco, età, provenienza. Ho pensato ai loro sguardi che fissavano quelle schede.

Ho immaginato una Basilicata di inizi Novecento in cui non era facile neanche raggiungere il porto di Napoli. Ho provato ad immaginare cosa ci potesse essere nella testa di un ragazzo di 20 anni, pronto a lasciare quelle terre e a partire.  Sulla stessa scheda, sotto il suo nome, c’erano altri due nomi di coetanei dello stesso paesino. Che cosa provavano quando si imbarcavano in quelle enormi navi lontani dalle campagne nell’entroterra italiano? Erano spaventati o il loro entusiasmo cancellava l’amarezza per quello che lasciavano? Quando l’Oceano cullava i loro desideri, le loro paure e le loro speranze pensavano che sarebbe ritornati in Italia? Cosa hanno provato al cospetto della vastità delle città americane 100 anni fa, quando non c’era internet che ti mostrava in anteprima cosa avresti visto? E tutti quei controlli ad Ellis Island… Erano di sicuro spaventati, stanchi, ma al contempo forti e combattivi.

Queste domande rimarranno per sempre senza risposta. E credo che sia questa la magia che riveste questi pensieri di velata malinconia. Sensazioni di tempi lontani, emozioni di gente coraggiosa che ha deciso di provare ad avere una vita diversa, migliore, avventurandosi verso l’ignoto ma che, sono sicura, non ha mai dimenticato i passi fatti nella propria terra natia, prima di arrivare e perdersi nel Nuovo Continente.

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